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sproloqui sul Natale, la religione cattolica ed il Paradiso

Non vorrei sembrare cinico perché in realtà non credo di esserlo, ma voglio spendere due parole sul Natale.

Ogni volta che si avvicina questo periodo dell’anno, tanto agognato dai bambini e dagli over-50, a me viene un po’ di acido allo stomaco.
Non per il significato della festa in sè, per il  compleanno del bambinello Gesù (che tra l’altro, povero Cristo, sono 2000 anni che gli sbagliano la data di nascita), per Babbo Natale o altro, ma proprio per tutto lo spirito di forzato e finto amore che si respira nell’aria. Un aria soffocante, che toglie il fiato e rende tutto malsano, velenoso; e le scelte sono due, o ti adegui e spruzzi anche tu goccioline di felicità da tutti i pori, o ti isoli e lentamente muori.

“A Natale puoi fare quello che non puoi fare mai”, “A Natale siamo tutti più buoni”… ma perché?
Dobbiamo davvero aspettare la fine dell’anno, con un freddo cane, per fare i finti perbenisti e recitare una preghierina per i poveri bimbi che muoiono di fame e non possono permettersi il trenino sotto l’albero?
Sentiamo così tanto la necessità dell’anniversario della nascita di una presunta divinità (che, ripeto, in realtà è nata tutt’altro giorno) per riscattare il nostro animo, che sappiamo essere lurido?

Ma d’altronde, tutto ciò rispecchia in pieno la mentalità cattolica per come la conosciamo oggi: una facciata, una maschera di convenienza per ingraziare chissà chi: il prossimo, gli amici, gli elettori, Dio.
Quindi è ok ricordarci una volta l’anno che siamo tutti uguali e mandare l’sms solidale a Telethon, mentre per il resto dei 364 giorni è perfettamente normale e giusto provare una strana sensazione di disprezzo misto a ribrezzo per i marocchini al semaforo o maledire gli immigrati che arrivano a Lampedusa.
E perciò sì: “Signore mio perdonami, perché ho molto peccato: ma guardami, sono un padre di famiglia e oggi festeggio la Natività con i miei parenti, rendendoTi grazie davanti ad un panettone spezzato per i miei figli e aiutando il prossimo. Non merito forse la redenzione?”.
“No. La prossima volta ci pensi anche il 7 febbraio, il 19 aprile, il 30 luglio, l’8 novembre e magari ne riparliamo.”

Mannaggia agli anelli del papa e alla cripta placcata in oro di Padre Pio.

E, infine, tutto ciò combacia perfettamente con l’idea di Paradiso che si è diffusa tra i credenti: non un posto dove i Giusti trionferanno, ma una sorta di “premio”, un albero della cuccagna da raggiungere a qualsiasi costo con inganni e sotterfuggi.
Per la serie “sono la persona più arrivista ed egoista che tu abbia mai conosciuto, ma vado a messa ogni domenica”. Non come quei drogati di Emergency, che Dio li riconduca sulla retta via.

Quindi, riassumendo: a Natale siamo tutti più buoni perché dobbiamo ingraziare una divinità della quale ignoriamo quotidianamente gli insegnamenti, sperando che un piccolo gesto ogni 12 mesi ci apra le porte dell’Eden.

Per concludere il post, mi vengono in mente due frasi, una di Margherita Hack e una di Bart Simpson (ma di quest’ultima ricordo solo il senso, non le parole esatte, quindi non è affatto letterale):

“Noi atei crediamo di dover agire secondo coscienza per un principio morale, non perché ci aspettiamo una ricompensa in paradiso.”

“Non possiamo scegliere quindi una vita violenta e peccaminosa per poi concederci una rapida e conveniente  riconversione sul letto di morte?”

Scusatemi per un paio di infarciture di luoghi comuni. A volte rendono.
Buon Natale (di merda)