Archivi categoria: triste verità

tipica mattinata

Questo è quello che mi è successo quando sono andato a sostenere l’ultimo esame all’università, una prova in itinere di Lingue e letterature angloamericane.

Mi sveglio presto, alle 6.40 ho mia madre che mi urla nelle orecchie che farò tardi, perderò la caronte e non farò in tempo per l’esame. Alle sette meno un quarto, quindi, sto boccheggiando mentre mi dirigo con passo molto lento verso la cucina. Prendo un caffè, mi lavo, mi vesto e vado a prendere la nave.

Parcheggio nei posti blu (tanto fino al primo gennaio sono gratis, mi dico) e mi avvio verso il Porto. Alle 7.40 circa sono a Messina. Devo raggiungere il capolinea, dove parte l’autobus che mi porta in facoltà. Ma il primo bus disponibile sarà alle 8.10, quindi decido di aspettare il tram perché ho poca voglia di camminare.
Dopo 40 (QUARANTA) minuti di attesa, nessuna traccia del tram. Visto che ci metto circa 10 minuti a raggiungere il capolinea, mi avvio a piedi sperando di fare in tempo per il bus-navetta.

Mi sembra quasi scontato dirlo, ma dopo aver percorso circa 500 metri, il giusto per fare in modo che non possa tornare indietro, passa il tram. Ovviamente.
Arrivo al capolinea intorno alle 8.10 e, stranamente, vedo ancora il bus fermo. Che culo, ce l’ho fatta! Mi avvicino e noto tanti, troppi studenti borbottare.
Ingenuamente, e con la faccia da angelo, chiedo (nonostante non ci fosse nemmeno l’autista): “scusate, sapreste dirmi per caso a che ora parte questa navetta?”.
“Hanno sospeso il servizio.”
Cosa? Quando? Bah, praticamente scopro che quelli degli autobus-navetta se ne sono andati in ferie 2 giorni prima che finissero le lezioni (ossia oggi, 21 dicembre).
Ok, mi decido a fare l’autostop.
Mi avvio verso il punto strategico dove beccare passaggi e, dopo aver visto la mia “brillante idea”, un’altra quindicina di studenti si precipita a cercare anime pie che possano condurli in facoltà, mettendosi, ovviamente, davanti a me.

Dato che non passerà nessun pulmino libero con un autista così generoso da farci salire tutti, chiedo: “ragazzi, se dovessimo trovare un passaggio, vi spiace se salgo prima io che alle 9 ho esami?” (erano già le 8.30). Tutti rispondono di no. Almeno questo, penso.
Si ferma una signora: alleluja! Non parlava molto bene la nostra lingua (seriamente, era straniera, non solo messinese!) ma ci comunica come può che non arriva in facoltà e se vogliamo ci può lasciare un po’ (molto!) più in basso. Decliniamo (in quanto la pendenza della salita è circa di 90°…) e aspettiamo il prossimo passaggio.
Si ferma subito un ragazzo sulla ventina, uno studente! Finalmente!
Ci fa salire, io davanti e altri 4/5 (non ricordo) dietro. Poi, dice: “ragazzi c’è solo un problema: c’è il cane”. Ed infatti, dal bagagliaio spunta un simpaticissimo cagnolone che si butta in mezzo a quelli dietro.”Tranquilli, è un cucciolone, non morde, vuole solo giocare!”.
Io, per essere cortese, dico: “dài, mettilo qui avanti che c’è spazio e a me non dà fastidio” e l’amico a quattro zampe passa avanti.

Io non metto in dubbio che volesse solo giocare, ma mi ha leccato ovunque (anche il volto, ovviamente!) e morso qualsiasi parte del corpo, naso compreso. Mi fa ancora male la narice.
Ma effettivamente era solo un cucciolone e non gli si poteva dire niente.
Il ragazzo del passaggio, vedendo che dopo venti metri io tenevo praticamente abbracciato il cane e con le mani tenevo il suo muso lontano dalla mia faccia, si decide a legarlo nel cofano.
Mi spiace, ma per una questione di mia incolumità accetto.

Arrivo all’università addirittura in anticipo di un quarto d’ora ed inizio a ripetere qualcosa.
Intanto, davanti l’aula del professore, arriva un’altra ragazza che doveva fare l’esonero, ma era del terzo anno.
Ci mettiamo a parlare e, ovviamente, faccio una pessima figura dicendole che sono del primo anno e quando lei si stupisce che abbiano messo Lingue e letterature americane al primo semestre del primo anno, io non batto ciglio.
Poi ricordo che ormai sono al secondo anno e glielo faccio presente.

Dopo mezz’ora arriva l’assistente e la collega va a fare l’esonero.
Intanto arriva un’altra tizia che mi dice che lei non si è prenotata perché non era sicura, ma vuole chiedere se può farlo comunque.
Era davvero preparatissima, sapeva tutti gli articoli della Costituzione americana, con relative sezioni e comma.
Io inizio ad impanicarmi ma cerco di non badarci troppo perché la storia (e Woody Allen) mi insegna che ci vuole fortuna nella vita.

Entro: l’esonero è semplicissimo, l’assistente è cordiale: 30.
Incredibile, prima nota positiva della giornata.

La tizia di prima non può fare l’esame (mi dispiaccio per lei, era davvero preparata) e mi offre un passaggio fino alla nave.
Incredibile, un altro colpo di fortuna! Dopo aver gettato una rapida occhiata fuori e aver visto il diluvio e considerando che questo era il giorno (capita una volta l’anno, in media) in cui non ho né felpa né giubotto col cappuccio, accetto di corsa.

Mi accompagna al porto e riesco a  prendere per un pelo la nave: incredibile.
Arrivato dall’altra sponda inizio a pensare a tutte le azioni buone e cattive che ho compiuto negli ultimi tempi, valutando quanto il Karma c’entri in tutta questa storia. Ma mentre abbandono l’idea del Karma perché fa troppo orientale e penso a chi sia il Santo protettore degli studenti per ringraziarlo, dirigendomi verso la mia auto noto che tutte quelle parcheggiate prima hanno uno strano foglietto giallo incastrato sotto i tergicristalli.
Già qui potrei concludere il tutto ma mi faccio del male e vi spiego: sì, era una multa. A quanto pare le linee blu non erano più blu. Vale a dire che per indicare che non c’erano più i parcheggi gratuiti avevano coperto le strisce azzurre con un colore più scuro: il ché, ovviamente, non le aveva rese magicamente invisibili, ne aveva solo scurito la tonalità: dato che quando devi andare a sostenere un’esame non ti curi molto delle variazioni cromatiche che passano tra l’azzurro ed il blu scuro, mi son beccato la contravvenzione: 38€.

Niente da fare, il Karma o il Santo di turno mi avevano solo illuso…

Annunci

lingue?

Mi è venuto in mente un episodio che devo condividere.
Un po’ di tempo fa ero in un pub con degli amici ed avevo ordinato una Guinnes nera che non la bevevo da un sacco e ne avevo una voglia incredibile.
Mi si avvicina un ragazzo che conosco, con il quale non siamo mai andati troppo d’accordo ma da anni ci scambiamo sorrisi al botulino e interessatissimi ed interessantissimi “come stai?” per una questione di quieto vivere.
Dicevo, mi si avvicina sto tizio e si inizia a discutere del più e del meno. Il cameriere mi aveva appena portato la birra, quindi la voglia di scambiare luoghi comuni con un tale che stimo davvero poco rasentava lo zero assoluto (che, considerando una scala pari a quella dei gradi Celsius, corrisponde a –273,15).

Vabbè, si ciarla per un po’ e poi mi chiede “ma tu in cosa ti sei iscritto all’universià?”. “Lingue e letterature straniere”. E lui, sorpreso: “Linuge?”.
Notando il suo stupore tento per come posso di inarcare un sopracciglio  (una cosa simile a questa, ma probabilmente venuta molto peggio) e, poi, domando: “Sì, perché?”.
“Ma… scusa tu non eri uno bravo?”
“…sì, diciamo. E allora?”
“Tipo… non ti piaceva studiare?”
“Ok, anche, ma qual è il punto…?”
Cioè… a lingue non si fa un cazzo!


sproloqui sul Natale, la religione cattolica ed il Paradiso

Non vorrei sembrare cinico perché in realtà non credo di esserlo, ma voglio spendere due parole sul Natale.

Ogni volta che si avvicina questo periodo dell’anno, tanto agognato dai bambini e dagli over-50, a me viene un po’ di acido allo stomaco.
Non per il significato della festa in sè, per il  compleanno del bambinello Gesù (che tra l’altro, povero Cristo, sono 2000 anni che gli sbagliano la data di nascita), per Babbo Natale o altro, ma proprio per tutto lo spirito di forzato e finto amore che si respira nell’aria. Un aria soffocante, che toglie il fiato e rende tutto malsano, velenoso; e le scelte sono due, o ti adegui e spruzzi anche tu goccioline di felicità da tutti i pori, o ti isoli e lentamente muori.

“A Natale puoi fare quello che non puoi fare mai”, “A Natale siamo tutti più buoni”… ma perché?
Dobbiamo davvero aspettare la fine dell’anno, con un freddo cane, per fare i finti perbenisti e recitare una preghierina per i poveri bimbi che muoiono di fame e non possono permettersi il trenino sotto l’albero?
Sentiamo così tanto la necessità dell’anniversario della nascita di una presunta divinità (che, ripeto, in realtà è nata tutt’altro giorno) per riscattare il nostro animo, che sappiamo essere lurido?

Ma d’altronde, tutto ciò rispecchia in pieno la mentalità cattolica per come la conosciamo oggi: una facciata, una maschera di convenienza per ingraziare chissà chi: il prossimo, gli amici, gli elettori, Dio.
Quindi è ok ricordarci una volta l’anno che siamo tutti uguali e mandare l’sms solidale a Telethon, mentre per il resto dei 364 giorni è perfettamente normale e giusto provare una strana sensazione di disprezzo misto a ribrezzo per i marocchini al semaforo o maledire gli immigrati che arrivano a Lampedusa.
E perciò sì: “Signore mio perdonami, perché ho molto peccato: ma guardami, sono un padre di famiglia e oggi festeggio la Natività con i miei parenti, rendendoTi grazie davanti ad un panettone spezzato per i miei figli e aiutando il prossimo. Non merito forse la redenzione?”.
“No. La prossima volta ci pensi anche il 7 febbraio, il 19 aprile, il 30 luglio, l’8 novembre e magari ne riparliamo.”

Mannaggia agli anelli del papa e alla cripta placcata in oro di Padre Pio.

E, infine, tutto ciò combacia perfettamente con l’idea di Paradiso che si è diffusa tra i credenti: non un posto dove i Giusti trionferanno, ma una sorta di “premio”, un albero della cuccagna da raggiungere a qualsiasi costo con inganni e sotterfuggi.
Per la serie “sono la persona più arrivista ed egoista che tu abbia mai conosciuto, ma vado a messa ogni domenica”. Non come quei drogati di Emergency, che Dio li riconduca sulla retta via.

Quindi, riassumendo: a Natale siamo tutti più buoni perché dobbiamo ingraziare una divinità della quale ignoriamo quotidianamente gli insegnamenti, sperando che un piccolo gesto ogni 12 mesi ci apra le porte dell’Eden.

Per concludere il post, mi vengono in mente due frasi, una di Margherita Hack e una di Bart Simpson (ma di quest’ultima ricordo solo il senso, non le parole esatte, quindi non è affatto letterale):

“Noi atei crediamo di dover agire secondo coscienza per un principio morale, non perché ci aspettiamo una ricompensa in paradiso.”

“Non possiamo scegliere quindi una vita violenta e peccaminosa per poi concederci una rapida e conveniente  riconversione sul letto di morte?”

Scusatemi per un paio di infarciture di luoghi comuni. A volte rendono.
Buon Natale (di merda)


mnemonico

Qualche settimana fa ero seduto su un muretto ad aspettare l’autobus che mi avrebbe portato in facoltà. Intorno a me c’erano tanti altri studenti, universitari e non.

Stavo leggendo per i fatti miei quando la mia attenzione viene rapita da una frase pronunciata da una ragazza accanto a me:
e praticamente la professoressa gli ha detto che non ho uno studio troppo mnemonico
Al sentire tale incongruenza, la parte non dormiente del mio cervello si è attivata, per scoprire come sarebbe continuato il discorso.
Avrei fatto meglio ad ignorare. Per la mia salute, intendo.

– m-mnemonico? cioè? che vuol dire?
– ma praticamente poi ho scoperto che vuol dire “imparare a memoria”
– minchia ma io non capisco che bisogno c’è di utilizzare certe parole assurde…
– ma infatti…! Mia mamma gli voleva rispondere ‘”memonico ‘nciu rici a to soru!” *

(risate generali)

 

Temo.
Oh, quanto temo!, povera la nostra lingua italiana.

*per i non calabro-foni, ” mnemonico glielo dici a tua sorella!”