Le parole e la pubblicità

Quello di cui vi voglio parlare oggi riguarda come le parole ed il loro ordine vengano sfruttati nelle pubblicità.
Non è nulla di nuovo né vuole essere una denuncia a chi o cosa: è semplicemente un’analisi.

Col tempo e gli studi sul linguaggio, i linguisti, i filosofi e soprattutto i pubblicitari hanno compreso che il miglior modo per convincere qualcuno di una verità, non è esprimerla direttamente, ma sottindenderla.

Mi spiego meglio: se si deve affermare un’idea, un concetto o un qualsiasi pensiero, affinché questo si inculchi nella mente di un individuo, si avrà sicuramente più successo presentando il suddetto pensiero come verità universale quasi ininfluente ai termini della conversazione, che si andrà a basare su dell’altro.

Dovendo far credere a qualcuno che la Francia sia una monarchia piuttosto che una Repubblica, una asserzione come “La Francia ha un re” non riceverebbe assolutamente l’effetto aspettato. Di impatto incredibilmente maggiore risulterebbe, invece, un’affermazione come “Il re di Francia è biondo”.

L’ascoltatore, infatti, si ritrova sempre ed inevitabilmente a riflettere sull’oggetto della frase: nel primo caso, quindi, si ritroverebbe a pensare alla Monarchia Francese e, inevitabilmente, si porrà dei dubbi: ma siamo sicuri che la Francia sia una monarchia?
Nel secondo caso, al contrario, rifletterà sul “finto” argomento che noi abbiamo portato in esame, ossia il colore dei capelli del re. La domanda non sarà più quindi “Ma la Francia ha un re?”, quanto “Ma siamo sicuri che il Re di Francia non sia castano?”

Con questo breve esempio spero di aver spiegato al meglio il perché sia necessario sottintendere il messaggio che vogliamo far passare, affinché questo venga acquisito dal pubblico che non si porrà domande sul messaggio in sé, quanto su un altro blando argomento “fantoccio”.

Questa tecnica è utilizzata praticamente di continuo negli spot pubblicitari: se vi si dice “Col suo incredibile gusto, taldetali vi travolgerà“, non ci si aspetta che il potenziale acquirente si convinca che non potrà più fare a meno del prodotto taldeitali, ma è certo che nella mente dello spettatore rimarrà il concetto che taldetali ha un gusto incredibile.

Sempre per questo motivo, negli spot pubblicitari si evita quanto più possibile di utilizzare verbi, specialmente negli slogan-chiave: se si utilizza un predicato verbale, infatti, si crea una frase di senso compiuto che sarà oggetto di indagine.
Se ci fate caso, non troverete mai “XYZ è buono e nutriente“, ma piuttosto “XYZ: buono e nutriente“.
Evitando di affermare direttamente le qualità di XYZ e ponendole come un’apposizione, quindi, le si eligerà a verità.

A tal proposito, con una veloce ricerca su YouTube ho trovato un esempio interessante:

 

Notate come la prima parte del video sia esclusivamente nominale: nessun verbo si riferisce direttamente a Philadelphia. In questo modo, come spiegato su, è molto più facile far credere al telespettatore che Philadelphia sia buono e cremoso.

Notate, poi, la frase “Tutto il piacere di Philadelphia con il 55% dei grassi in meno“.

Oltre ad essere anch’essa priva di verbo, il messaggio che vuole far passare non è solo che questa versione Light ha grassi in meno – questo lo si intuisce dal nome stesso – ma soprattutto che Philadelphia è un piacere.

Notate come la parola “piacere” sia assolutamente evitabile nel contesto: è superflua, accessoria. E risulta tale proprio perché è presentata come una verità innegabile: una tale ovvietà che è quasi inutile da specificare.

E, infine, anche lo slogan finale “Philadelphia Light: Il piacere nella sua forma migliore” notiamo anche qui l’assoluta mancanza di predicato verbale: questo, effettivamente, non è un periodo completo ma una frase nominale: in quanto tale, non può essere obiettata, ma solo accettata. Anche qui, inoltre, nell’esprimere che questa è la “forma migliore” di Philadelphia, si aggiunge – “inutilmente” – il termine “piacere”, che viene assunto come verità.

Con questo prolisso post spero di avervi incuriosito e, soprattutto, illuminato su una delle più subdole ed allo stesso tempo geniali strategie commerciali utilizzate negli spot.

Purtroppo non ho fonti se non la mia cultura personale:  ho prestato il mio libro di Filologia (nel quale, appunto, un’intero capitolo era sull’importanza della parola nella pubblicità) e non ho modo di citare attualmente le opere di riferimento.
Questo mio articolo è stato originariamente pubblicato su LegaNerd a questo indirizzo.

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Plagio cinese di “Fuori dal tunnel” di CapaRezza

Stasera cazzeggiavo in giro per la rete, come da abitudine, e mi imbatto in qualcosa di insolito. Questo:

L’avete riconosciuta, vero? Ma certo che l’avete riconosciuta: è Fuori dal tunnel, canzone che fece esplodere il “fenomeno” CapaRezza (poveretto, la canzone più fraintesa della storia) ma… è in cinese!

Ovviamente si è accesa la mia curiosità nerd e mi sono messo ad indagare. Ho fatto ascoltare la canzone a SoundHound che me l’ha istantaneamente riconosciuta: il brano si chiama 天子第一宠(Emperor’s Favorite) ed è di una band band mandopop (MANDOPOP!?) cinese, i “The Flowers” (花儿).

Dopo un bel po’ di ricerche ho  scoperto che è contenuta nell’album 花季王朝 (Hua ji wang chao, conosciuto anche con la traduzione Blooming DynastyFlowered Season Dynasty) del 2005, ossia ben due anni dopo la pubblicazione di Verità Supposte, album del grandissimo Capa in cui è contenuta Fuori dal tunnel.

In giro leggo anche che lo stesso CapaRezza raccontò di questo plagio a Viva Radio 2, intervistato da Fiorello e Baldini: pare che mentre stesse mangiando ad un shusi bar, lo avvicinò un afro-cinese che, riconoscendolo, gli regalò una copia del cd contenente il brano dei The Flowers.

La band, comunque, si è sciolta nel 2009, pare anche a causa delle continue citazioni per plagio arrivate da artisti provenienti da tutto il mondo: sembra ce ne siano almeno 12 confermate.  Mi domando se Michele Salvemini (alias CapaRezza) li abbia citati anche, ma ne dubito…

Questo era un post dettato dal non avere un cazzo da fare, sì.

Spero di avervi intrattenuto per due minuti e vi lascio col video ufficiale di Fuori dal tunnel:

PS: ricordate che il primo marzo uscirà il nuovo disco di CapaRezza, Il sogno eretico, e che il 28 gennaio verrà rilasciato il primo singolo, Goodbye Malincònia, in collaborazione con Tony Hadley  degli Spandau Ballet

[AGGIORNAMENTO] Ho trovato sul forum di Capa il link per scaricare la puntata di Viva Radio 2 del 23 Marzo 2006, ossia quando Michele è stato intervistato da Fiorello e Baldini ed ha parlato di questo plagio. Lo trovate qui: l’intervista a CapaRezza inizia intorno al minuto 33.57, ma all’inizio viene fatta ascoltare la versione sarda di Fuori dal tunnel, che credo sia uno scherzo di Baldini e Fiore… Have fun!
PS: l’afro-cinese era il cameriere del sushi bar! :D


tipica mattinata

Questo è quello che mi è successo quando sono andato a sostenere l’ultimo esame all’università, una prova in itinere di Lingue e letterature angloamericane.

Mi sveglio presto, alle 6.40 ho mia madre che mi urla nelle orecchie che farò tardi, perderò la caronte e non farò in tempo per l’esame. Alle sette meno un quarto, quindi, sto boccheggiando mentre mi dirigo con passo molto lento verso la cucina. Prendo un caffè, mi lavo, mi vesto e vado a prendere la nave.

Parcheggio nei posti blu (tanto fino al primo gennaio sono gratis, mi dico) e mi avvio verso il Porto. Alle 7.40 circa sono a Messina. Devo raggiungere il capolinea, dove parte l’autobus che mi porta in facoltà. Ma il primo bus disponibile sarà alle 8.10, quindi decido di aspettare il tram perché ho poca voglia di camminare.
Dopo 40 (QUARANTA) minuti di attesa, nessuna traccia del tram. Visto che ci metto circa 10 minuti a raggiungere il capolinea, mi avvio a piedi sperando di fare in tempo per il bus-navetta.

Mi sembra quasi scontato dirlo, ma dopo aver percorso circa 500 metri, il giusto per fare in modo che non possa tornare indietro, passa il tram. Ovviamente.
Arrivo al capolinea intorno alle 8.10 e, stranamente, vedo ancora il bus fermo. Che culo, ce l’ho fatta! Mi avvicino e noto tanti, troppi studenti borbottare.
Ingenuamente, e con la faccia da angelo, chiedo (nonostante non ci fosse nemmeno l’autista): “scusate, sapreste dirmi per caso a che ora parte questa navetta?”.
“Hanno sospeso il servizio.”
Cosa? Quando? Bah, praticamente scopro che quelli degli autobus-navetta se ne sono andati in ferie 2 giorni prima che finissero le lezioni (ossia oggi, 21 dicembre).
Ok, mi decido a fare l’autostop.
Mi avvio verso il punto strategico dove beccare passaggi e, dopo aver visto la mia “brillante idea”, un’altra quindicina di studenti si precipita a cercare anime pie che possano condurli in facoltà, mettendosi, ovviamente, davanti a me.

Dato che non passerà nessun pulmino libero con un autista così generoso da farci salire tutti, chiedo: “ragazzi, se dovessimo trovare un passaggio, vi spiace se salgo prima io che alle 9 ho esami?” (erano già le 8.30). Tutti rispondono di no. Almeno questo, penso.
Si ferma una signora: alleluja! Non parlava molto bene la nostra lingua (seriamente, era straniera, non solo messinese!) ma ci comunica come può che non arriva in facoltà e se vogliamo ci può lasciare un po’ (molto!) più in basso. Decliniamo (in quanto la pendenza della salita è circa di 90°…) e aspettiamo il prossimo passaggio.
Si ferma subito un ragazzo sulla ventina, uno studente! Finalmente!
Ci fa salire, io davanti e altri 4/5 (non ricordo) dietro. Poi, dice: “ragazzi c’è solo un problema: c’è il cane”. Ed infatti, dal bagagliaio spunta un simpaticissimo cagnolone che si butta in mezzo a quelli dietro.”Tranquilli, è un cucciolone, non morde, vuole solo giocare!”.
Io, per essere cortese, dico: “dài, mettilo qui avanti che c’è spazio e a me non dà fastidio” e l’amico a quattro zampe passa avanti.

Io non metto in dubbio che volesse solo giocare, ma mi ha leccato ovunque (anche il volto, ovviamente!) e morso qualsiasi parte del corpo, naso compreso. Mi fa ancora male la narice.
Ma effettivamente era solo un cucciolone e non gli si poteva dire niente.
Il ragazzo del passaggio, vedendo che dopo venti metri io tenevo praticamente abbracciato il cane e con le mani tenevo il suo muso lontano dalla mia faccia, si decide a legarlo nel cofano.
Mi spiace, ma per una questione di mia incolumità accetto.

Arrivo all’università addirittura in anticipo di un quarto d’ora ed inizio a ripetere qualcosa.
Intanto, davanti l’aula del professore, arriva un’altra ragazza che doveva fare l’esonero, ma era del terzo anno.
Ci mettiamo a parlare e, ovviamente, faccio una pessima figura dicendole che sono del primo anno e quando lei si stupisce che abbiano messo Lingue e letterature americane al primo semestre del primo anno, io non batto ciglio.
Poi ricordo che ormai sono al secondo anno e glielo faccio presente.

Dopo mezz’ora arriva l’assistente e la collega va a fare l’esonero.
Intanto arriva un’altra tizia che mi dice che lei non si è prenotata perché non era sicura, ma vuole chiedere se può farlo comunque.
Era davvero preparatissima, sapeva tutti gli articoli della Costituzione americana, con relative sezioni e comma.
Io inizio ad impanicarmi ma cerco di non badarci troppo perché la storia (e Woody Allen) mi insegna che ci vuole fortuna nella vita.

Entro: l’esonero è semplicissimo, l’assistente è cordiale: 30.
Incredibile, prima nota positiva della giornata.

La tizia di prima non può fare l’esame (mi dispiaccio per lei, era davvero preparata) e mi offre un passaggio fino alla nave.
Incredibile, un altro colpo di fortuna! Dopo aver gettato una rapida occhiata fuori e aver visto il diluvio e considerando che questo era il giorno (capita una volta l’anno, in media) in cui non ho né felpa né giubotto col cappuccio, accetto di corsa.

Mi accompagna al porto e riesco a  prendere per un pelo la nave: incredibile.
Arrivato dall’altra sponda inizio a pensare a tutte le azioni buone e cattive che ho compiuto negli ultimi tempi, valutando quanto il Karma c’entri in tutta questa storia. Ma mentre abbandono l’idea del Karma perché fa troppo orientale e penso a chi sia il Santo protettore degli studenti per ringraziarlo, dirigendomi verso la mia auto noto che tutte quelle parcheggiate prima hanno uno strano foglietto giallo incastrato sotto i tergicristalli.
Già qui potrei concludere il tutto ma mi faccio del male e vi spiego: sì, era una multa. A quanto pare le linee blu non erano più blu. Vale a dire che per indicare che non c’erano più i parcheggi gratuiti avevano coperto le strisce azzurre con un colore più scuro: il ché, ovviamente, non le aveva rese magicamente invisibili, ne aveva solo scurito la tonalità: dato che quando devi andare a sostenere un’esame non ti curi molto delle variazioni cromatiche che passano tra l’azzurro ed il blu scuro, mi son beccato la contravvenzione: 38€.

Niente da fare, il Karma o il Santo di turno mi avevano solo illuso…


lingue?

Mi è venuto in mente un episodio che devo condividere.
Un po’ di tempo fa ero in un pub con degli amici ed avevo ordinato una Guinnes nera che non la bevevo da un sacco e ne avevo una voglia incredibile.
Mi si avvicina un ragazzo che conosco, con il quale non siamo mai andati troppo d’accordo ma da anni ci scambiamo sorrisi al botulino e interessatissimi ed interessantissimi “come stai?” per una questione di quieto vivere.
Dicevo, mi si avvicina sto tizio e si inizia a discutere del più e del meno. Il cameriere mi aveva appena portato la birra, quindi la voglia di scambiare luoghi comuni con un tale che stimo davvero poco rasentava lo zero assoluto (che, considerando una scala pari a quella dei gradi Celsius, corrisponde a –273,15).

Vabbè, si ciarla per un po’ e poi mi chiede “ma tu in cosa ti sei iscritto all’universià?”. “Lingue e letterature straniere”. E lui, sorpreso: “Linuge?”.
Notando il suo stupore tento per come posso di inarcare un sopracciglio  (una cosa simile a questa, ma probabilmente venuta molto peggio) e, poi, domando: “Sì, perché?”.
“Ma… scusa tu non eri uno bravo?”
“…sì, diciamo. E allora?”
“Tipo… non ti piaceva studiare?”
“Ok, anche, ma qual è il punto…?”
Cioè… a lingue non si fa un cazzo!


sproloqui sul Natale, la religione cattolica ed il Paradiso

Non vorrei sembrare cinico perché in realtà non credo di esserlo, ma voglio spendere due parole sul Natale.

Ogni volta che si avvicina questo periodo dell’anno, tanto agognato dai bambini e dagli over-50, a me viene un po’ di acido allo stomaco.
Non per il significato della festa in sè, per il  compleanno del bambinello Gesù (che tra l’altro, povero Cristo, sono 2000 anni che gli sbagliano la data di nascita), per Babbo Natale o altro, ma proprio per tutto lo spirito di forzato e finto amore che si respira nell’aria. Un aria soffocante, che toglie il fiato e rende tutto malsano, velenoso; e le scelte sono due, o ti adegui e spruzzi anche tu goccioline di felicità da tutti i pori, o ti isoli e lentamente muori.

“A Natale puoi fare quello che non puoi fare mai”, “A Natale siamo tutti più buoni”… ma perché?
Dobbiamo davvero aspettare la fine dell’anno, con un freddo cane, per fare i finti perbenisti e recitare una preghierina per i poveri bimbi che muoiono di fame e non possono permettersi il trenino sotto l’albero?
Sentiamo così tanto la necessità dell’anniversario della nascita di una presunta divinità (che, ripeto, in realtà è nata tutt’altro giorno) per riscattare il nostro animo, che sappiamo essere lurido?

Ma d’altronde, tutto ciò rispecchia in pieno la mentalità cattolica per come la conosciamo oggi: una facciata, una maschera di convenienza per ingraziare chissà chi: il prossimo, gli amici, gli elettori, Dio.
Quindi è ok ricordarci una volta l’anno che siamo tutti uguali e mandare l’sms solidale a Telethon, mentre per il resto dei 364 giorni è perfettamente normale e giusto provare una strana sensazione di disprezzo misto a ribrezzo per i marocchini al semaforo o maledire gli immigrati che arrivano a Lampedusa.
E perciò sì: “Signore mio perdonami, perché ho molto peccato: ma guardami, sono un padre di famiglia e oggi festeggio la Natività con i miei parenti, rendendoTi grazie davanti ad un panettone spezzato per i miei figli e aiutando il prossimo. Non merito forse la redenzione?”.
“No. La prossima volta ci pensi anche il 7 febbraio, il 19 aprile, il 30 luglio, l’8 novembre e magari ne riparliamo.”

Mannaggia agli anelli del papa e alla cripta placcata in oro di Padre Pio.

E, infine, tutto ciò combacia perfettamente con l’idea di Paradiso che si è diffusa tra i credenti: non un posto dove i Giusti trionferanno, ma una sorta di “premio”, un albero della cuccagna da raggiungere a qualsiasi costo con inganni e sotterfuggi.
Per la serie “sono la persona più arrivista ed egoista che tu abbia mai conosciuto, ma vado a messa ogni domenica”. Non come quei drogati di Emergency, che Dio li riconduca sulla retta via.

Quindi, riassumendo: a Natale siamo tutti più buoni perché dobbiamo ingraziare una divinità della quale ignoriamo quotidianamente gli insegnamenti, sperando che un piccolo gesto ogni 12 mesi ci apra le porte dell’Eden.

Per concludere il post, mi vengono in mente due frasi, una di Margherita Hack e una di Bart Simpson (ma di quest’ultima ricordo solo il senso, non le parole esatte, quindi non è affatto letterale):

“Noi atei crediamo di dover agire secondo coscienza per un principio morale, non perché ci aspettiamo una ricompensa in paradiso.”

“Non possiamo scegliere quindi una vita violenta e peccaminosa per poi concederci una rapida e conveniente  riconversione sul letto di morte?”

Scusatemi per un paio di infarciture di luoghi comuni. A volte rendono.
Buon Natale (di merda)


mnemonico

Qualche settimana fa ero seduto su un muretto ad aspettare l’autobus che mi avrebbe portato in facoltà. Intorno a me c’erano tanti altri studenti, universitari e non.

Stavo leggendo per i fatti miei quando la mia attenzione viene rapita da una frase pronunciata da una ragazza accanto a me:
e praticamente la professoressa gli ha detto che non ho uno studio troppo mnemonico
Al sentire tale incongruenza, la parte non dormiente del mio cervello si è attivata, per scoprire come sarebbe continuato il discorso.
Avrei fatto meglio ad ignorare. Per la mia salute, intendo.

– m-mnemonico? cioè? che vuol dire?
– ma praticamente poi ho scoperto che vuol dire “imparare a memoria”
– minchia ma io non capisco che bisogno c’è di utilizzare certe parole assurde…
– ma infatti…! Mia mamma gli voleva rispondere ‘”memonico ‘nciu rici a to soru!” *

(risate generali)

 

Temo.
Oh, quanto temo!, povera la nostra lingua italiana.

*per i non calabro-foni, ” mnemonico glielo dici a tua sorella!”


Le 10 cose che dovreste sapere prima di chiedere ad un amico esperto di “aggiustarvi il pc”

Giuro, non era con un post pseudo-nerd che volevo avviare questo blog.
Per tanti e tanti giorni ho gettato giù bozze senza tirare fuori niente, ma stasera l’ispirazione mi ha “illuminato” e ho pensato che potessero venir fuori due righe simpatiche.

Ora, io fino a pochi anni fa non avrei mai neppure immaginato che un giorno (oggi) sarei arrivato a conoscere tante piccole stronzate a proposito di pc che mi rendono una persona più competente di tante altre. Non ho scelto questa “passione”, è stata più una necessità:  dato che non mi andava proprio di spendere dei soldi ogni qual volta il mio vetusto pc aveva qualcosa che non andava (ossia molto spesso), ho iniziato a cercare su Google e così è nato tutto.

Adesso, come tantissimi altri come me, mi ritrovo a fare “assistenza tecnica” ad amici ed amiche meno esperti e, in linea di massima, mi fa sempre piacere. Ma ci sono almeno 10 cose che dovreste sapere prima di contattare me o chiunque altro per una mano col vostro computer.

Iniziamo.

  1. Quando voi sbandierate al mondo che avete un problema col vostro portatile e noi, innocentemente, vi chiediamo che versione di Windows avete (certo che avete Windows: se utilizzaste Linux o Mac non avreste problemi) o se avete aggiornato al Service Pack 3 di XP, anche può sembrare così, giuro che non vi stiamo urlando contro “TI PREGO DAMMI IL TUO LAPTOP HO UN BISOGNO FISIOLOGICO DI SCOPRIRE COS’HA!” mentre ci strappiamo i capelli e ci mordiamo le unghie.
    È solo una domanda: come quando vedete un paio di jeans che vi piacciono chiedete al vostro amico/a “dove li hai comprati?”; noi, per curiosità, vorremmo sapere cosa vi affligge.
  2. Possibilmente, fateci lavorare da soli. O, almeno, in casa nostra: abbiamo bisogno di un ambiente familiare per sentirci a nostro agio e il nonno 82enne che ci alita alle spalle e ci chiede cosa ha il compiuter che non va, non aiuta.
  3. Quando stiamo dando un’occhiata – finalmente – al vostro aggeggino, se possibile, non chiedeteci cos’ha o come ha fatto a ridursi così.
    Probabilmente noi ci cimenteremmo in una spiegazione che parte da Adamo ed Eva, voi non capireste tutto e finireste per disinteressarvi, innervosendoci.
    Se dovete fare una domanda, chiedete piuttosto “puoi fare qualcosa?”
  4. Se abbiamo iniziato a lavorarci su, siate tolleranti: quando inizieremo (perché inizieremo, per forza di cose: è solo una questione di tempo)  a sproloquiare a proposito del genio di Richard Stallman o di quanto amiamo Steve Wozniak, sopportateci, fate finta di essere interessati, sorridete ed annuite.
    Magari qualche volta esclamate anche, fingendovi sorpresi, “davvero!?” e godetevi la nostra espressione di giubilo nel raccontare i dettagli.
  5. Mentre siamo seduti a fare i soliti giretti di rodaggio, non iniziateci a parlare del cugino della fidanzata del vostro compagno di banco che col computer è un mago. Davvero, è fastidioso. Primo perché “la prossima volta chiama lui!”, secondo perché i 9/10 delle storie che favoleggiano a proposito di questi presunti mostri sono puttanate (“è entrato nel computer di un suo amico e gli ha rubato la password di facebook!”); il restante 1/10 sono cose davvero elementari.
    Come se ci volesse una laurea in ingegneria per scaricare Messenger Discovery e sapere chi ti ha bloccato su MSN.
  6. Se proprio dovete narrarci le gesta eroiche di questi piccoli Kevin Mitnick (se non sapete chi sia, cercatevelo su Google), evitate di usare espressioni come “eh ma quello passa un sacco di ore davanti al pc” come se vi steste riferendo alla peggiore delle malattie infettive dopo l’aids.
    Sapete, se conosciamo qualcosina in più (perché è davvero poco quello che in realtà sappiamo, fidatevi), è proprio perché anche noi passiamo tanto tempo davanti ad uno schermo. E non dico che una frase del genere possa infastidire (anche perché sticazzi!) ma quanto meno essere indelicata…
  7. Non usate la simpatica e celebre locuzione “Che dici, formattiamo?” non appena ci sediamo sulla sedia. Magari è una stupidaggine che si risolve anche con un comando da terminale!
    (mi domando chi abbia diffuso tanto il termine “formattazione”, poi. Non possiamo iniziare a parlare di “eliminazione di tutto ciò che c’è sull’hard disk con conseguente riduzione del ciclo di vita dell’hd stesso”?.
    Magari aiuta, chissà)
  8. Se proprio avete deciso che il vostro laptop necessita di essere formattato, per favore, salvatevi prima tutto ciò che volete conservare.
    Passare una giornata ad aiutarvi a selezionare le foto da masterizzare con conseguenti racconti di quella volta che eravate a mare a Sharm el Sheikh non era proprio quello che auspicavamo.
  9. Quando effettivamente constatiamo insieme che c’è qualcosa che non va, non riferitevi mai al vostro computer con espressioni colorite come “sto ferrovecchio”, “sta carretta”, “sta merda”… anche perché il 90% delle volte che sentiamo certe coose, in realtà siamo di fronte (minimo) ad un Core 2 Duo con 4 Gb di RAM.
    Ricordate che, quasi sempre, PEBKAC.
    (per farvi un paragone un bel paragone, è come andare dal meccanico dopo aver deliberatamente forato tutte e quattro le gomme della vostra Lamborghini e appellarvi ad essa con termini come “sta carretta” etc.)
  10. Appena arriviamo a casa, alla domanda “Allora? cos’ha il pc?” non rispondete MAI e dico MAI “È lento”. È una cosa che fa imbestialire. Dire “È lento” è come rispondere al medico che ti chiede “Cosa ti senti?” con un “Mi fa male una parte del corpo”.
    Per la serie: grazie al cazzo.
    Ed inoltre, quando abbiamo finito il lavoro, non chiedete di installarvi “il miglior antivirus”: fidatevi, Avira free va benissimo.
    Per quello che servono gli antivirus, poi.
    (ah, possibilmente non fatevi trovare con Vista. Al massimo lanciate a terra il pc e sperate che si rompa prima di mostrarcelo).

Bene, i dieci suggerimenti sono finiti. Scusate la presunzione, giuro che nella vita quotidiana sono la persona più pacata di questo mondo. Davvero.
E non vi sentite insultati se vi ho dato una mano col pc e adesso state leggendo questo post: è solo uno sfogo semi-ironico: non temete, vi voglio bene lo stesso!

Infine, dedico queste righe ad un paio di persone:

al Sensei, che nonostante continui a criticare Ubuntu e l’open source, è colui che per primo mi ha indirizzato verso la strada della “proficua curiosità”.
A Sasà (e Saverio, tanto ormai fanno coppia!), in quanto è principalmente colpa sua se oggi sono così.
Ai miei amici di WoW che nerdeggiano con me ad Azeroth
A Tommaso, che è sulla buona strada.
Alla mia donna, Martina, che anche se è un’utente Windows che ha persinoi widget sul desktop, è una delle migliori utilizzatrici che abbia mai incontrato: periodicamente fa la deframmentazione, si organizza bene le cartelle, utilizza i feed reader e sa decidere quali programmi far avviare all’accensione del pc!

PS: se ve lo stavate domandando, la vignetta in alto viene dal geniale xkcd